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Il volto come documento, il volto come finzione: breve storia del ritratto fine art

Un ritratto non è mai stato la semplice copia di un volto. È un patto tra chi sta davanti alla macchina fotografica o al cavalletto e chi guarda, e i suoi termini sono stati riscritti più volte in duemila anni. Cominciamo brevemente dalla pittura, poi ci fermiamo di più sulla fotografia, dove la storia si fa più interessante.
L'Egitto romano: lo sguardo che ci cerca
I più antichi ritratti dipinti giunti fino a noi vengono dal Fayum, in Egitto, allora provincia romana, e risalgono al periodo tra il I e il III secolo. Erano dipinti su tavolette di legno e posati sulle bende della mummia come una maschera. I volti sono ripresi dal petto in su, quasi sempre di fronte, e la luce sembra arrivare da un'unica fonte: per questo alcuni studiosi sospettano che i soggetti fossero dipinti ancora in vita. I primi vennero dissotterrati da un cimitero nel 1887 dall'archeologo britannico Flinders Petrie, e oggi quasi un migliaio di questi ritratti si trova nei musei di tutto il mondo. La tradizione si concluse nel IV secolo.
Quello che resta più difficile da dimenticare è lo sguardo. I ritratti del Fayum ci fissano da vicino, in un modo che dopo il Rinascimento il ritratto farà raramente.

Il ritratto rinasce al Nord
Per molto tempo il ritratto come genere autonomo è quasi scomparso. Lo hanno fatto rivivere, nel Quattrocento, i pittori dei Paesi Bassi e delle terre tedesche. Il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck (1434, olio su tavola di quercia, National Gallery, Londra) non mostra solo due volti, ma un'intera stanza: abiti, zoccoli di legno, un lampadario con una sola fiamma. Per anni il dipinto è stato chiamato «ritratto di nozze», ma oggi gli storici non sono più certi che si tratti di un matrimonio. L'ipotesi prevalente resta quella di un doppio ritratto del mercante italiano Giovanni Arnolfini e di sua moglie, a Bruges. Nel 1500 Albrecht Dürer si dipinse frontalmente, una posa fino ad allora riservata all'iconografia religiosa. Più tardi, nei Paesi Bassi, il ritratto di gruppo divenne una specialità: non si dipingevano più soltanto persone, ma corporazioni e istituzioni.

1839: la fotografia entra nello studio
Il 19 agosto 1839 l'invenzione di Daguerre venne resa pubblica. Il procedimento era capriccioso e costoso, ma nel giro di pochi anni nacquero gli studi fotografici, e i clienti sceglievano la posa da un catalogo. Il ritratto, per secoli terreno dei pittori, diventò un'industria.
Tra i primi a guardare al mestiere in modo diverso ci fu Nadar, repubblicano convinto, che fotografava gli ambienti intellettuali parigini più che l'aristocrazia. Si dice che sia riuscito a riconciliare perfino Baudelaire con l'idea del ritratto fotografico.

Julia Margaret Cameron: il ritratto come vicinanza
Nel 1863, a 48 anni, Julia Margaret Cameron ricevette in regalo una macchina fotografica e in pochi anni divenne una delle grandi ritrattiste del secolo. Trasformò la sua casa sull'isola di Wight in uno studio, convertendo un pollaio e una carbonaia in camera oscura. Fotografò amici e personalità del suo tempo, tra cui Tennyson, Darwin, Carlyle e Herschel, da molto vicino, con forti contrasti di luce e ombra e una messa a fuoco volutamente morbida. I fotografi di studio la criticavano, convinti che non sapesse fare di meglio. Il ritratto di Herschel del 1867, con i capelli come un'aureola e lo sguardo rivolto in alto, resta la prova che a sbagliare erano i critici: Cameron cercava l'essenza dell'uomo, non il dettaglio passeggero.

August Sander: una società, volto per volto
Negli anni Venti Sander iniziò un progetto quasi enciclopedico, Uomini del XX secolo: ritratti di tedeschi classificati per mestiere e tipo sociale, dai contadini e artigiani agli artisti e ai disoccupati. Nel 1929 pubblicò una selezione di 60 ritratti in Antlitz der Zeit («Il volto del tempo»), con un'introduzione di Alfred Döblin. Le autorità naziste sequestrarono il libro e le matrici di stampa furono distrutte (le fonti indicano il 1934 o il 1936). Un'immagine eterogenea della società tedesca non faceva comodo. Ne nasce un tipo particolare di ritratto: calmo, frontale, quasi scientifico, ma con un punto di vista chiaro.
Irving Penn: l'angolo
Nel 1948 Penn iniziò a fotografare i suoi soggetti in un angolo formato da due pannelli da studio, su un vecchio tappeto. Disse che quella costrizione tranquillizzava le persone, e nel suo angolo entrarono Duchamp, Capote, Duke Ellington e la Duchessa di Windsor. Ne esce un tipo di ritratto esistenziale: la celebrità tolta dal suo mondo e collocata in un angolo astratto e artificiale, dove resta soltanto la persona.

Avedon e Arbus: la fine della neutralità
Tra il 1979 e il 1984, su commissione dell'Amon Carter Museum di Fort Worth, Richard Avedon attraversò 17 stati americani, realizzò 752 sedute ed espose 17.000 lastre con una fotocamera a grande formato. Persone comuni, molte provate da difficoltà, posavano davanti a un fondale bianco continuo che eliminava ogni riferimento al luogo. Alcune stampe, esposte nel 1985, erano alte circa quattro piedi. I critici si sono chiesti se il fondo bianco non riduca persone reali a figure da consumare. Lo stesso Avedon, all'inaugurazione, disse che il suo West non era più accurato di quello di John Wayne.
Qualche anno prima, il 28 febbraio 1967, il MoMA aveva aperto New Documents, in cui il curatore John Szarkowski riunì tre fotografi più giovani: Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand. Ciò che li univa, scrisse, era un linguaggio documentario messo al servizio dell'espressione personale. Di Arbus erano esposti 32 ritratti, tra le immagini più dirette di persone comuni di quegli anni.

Cindy Sherman: il ritratto diventa ruolo
Nel frattempo Cindy Sherman spostava la domanda altrove. In Untitled Film Stills (1977–1980) compare lei stessa, nei panni di eroine immaginarie ispirate a Hollywood, al film noir e al cinema d'autore europeo. Il MoMA ha acquisito la serie nel dicembre 1995 (allora 69 fotografie; Sherman ne ha poi aggiunta una, arrivando a settanta). Sherman è autrice e soggetto, ma non si tratta di autoritratti in senso classico: il ritratto diventa un ruolo.

Gli anni Novanta: grande scala, sguardo freddo e tenero
Negli anni Ottanta e Novanta, a Düsseldorf, il ritratto fotografico prese un'altra scala. Thomas Ruff, allievo di Bernd Becher, fotografò i compagni di corso come per un passaporto: volti privi di espressione, fondo neutro, fotocamera a grande formato, stampe alte circa due metri. Il dettaglio è spietato proprio perché non c'è nulla da interpretare.
Rineke Dijkstra usò la stessa franchezza, aggiungendo cura. Nei suoi Beach Portraits (iniziati nel 1992) ha fotografato adolescenti e bambini in piedi sulla riva, negli Stati Uniti, in Polonia, Ucraina, Croazia e altrove, da un angolo leggermente basso, a colori e in grande formato. I soggetti sembrano colti tra l'infanzia e l'età adulta. La serie è stata paragonata sia a Sander e Ruff, per la frontalità, sia ad Arbus, per la stranezza affettuosa.
Ciò che resta
Dal Fayum a Dijkstra, il ritratto è passato dall'omaggio al documento, poi alla finzione e a uno sguardo insieme clinico e tenero. Ciò che lo ha tenuto in vita è che resta un luogo in cui qualcuno guarda qualcun altro, ed entrambi sanno di essere guardati.
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